Derby capitolino: Arcadio Spinozzi e Una Vita da Lazio

arcadio-spinozzi-fotoDomenica 4 dicembre 2016, non è soltanto la giornata del Referendum ma anche un momento molto sentito dal punto di vista calcistico, affettivo e psicologico, per la Capitale, per tutto il nordest romano e per le varie città della nostra Regione: il derby Lazio-Roma.

Lazio e Roma scaldano i motori e sono pronti per il grande match all’Olimpico

Abbiamo incontrato Arcadio Spinozzi, giocatore, allenatore, difensore della Lazio per alcuni anni: ancora oggi molto amato e mai dimenticato dalla tifoseria laziale; abbiamo chiesto un suo ricordo, un suo momento particolarmente emozionante riguardando la sfida Capitolina per eccellenza, da descrivere e da regalare ai  lettori di Colibrì News.

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Arcadio Spinozzi, difensore della Lazio, anni ’80

Arcadio Spinozzi nel libro “Una vita da Lazio” racconta la sua giovinezza e la sua grande storia d’amore con la squadra e con i tifosi biancocelesti, un sentimento reciproco, immutato nel tempo.

Cenni biografici: “Difensore molto amato, ha giocato nella Lazio molti anni, specializzato nella marcatura ad uomo, lanciato nel calcio professionistico dalla Sambenedettese, ceduto nel 1977 al Verona per due stagioni per poi trasferirsi al Bologna, e quindi, nell’estate 1980, alla Lazio; nella squadra della Capitale ha lasciato ricordi pieni di grandissimo affetto. Ricordiamo la sua lunga carriera agonistica che si conclude poi con Reggina e L’Aquila, aprendo poi quella di allenatore, Serie A al Perugia come vice-allenatore di Vujadin Boskov ed una breve parentesi in Ghana. Spinozzi trova notevoli successi soprattutto nei settori giovanili: per due anni, dal 1990 al 1992 è chiamato dalla Juventus come osservatore e successivamente diventa per tre stagioni allenatore della Primavera dell’Udinese“.

Quali sono i momenti più intensi derbye le emozioni che vuoi descriverci, in un derby capitolino? 

Ricordo l’agitazione, l’apprensione della vigilia, la notte insonne prima del derby, il flusso interminabile di persone ed il traffico paralizzato nei dintorni dell’Olimpico. I cori fragorosi che giungevano fin dentro gli spogliatoi. La forte tensione nel percorrere il tunnel che immetteva sul terreno dell’Olimpico. E appena entrati in campo, le grida assordanti prodotte dalle voci di decine di migliaia di tifosi. Roba da brividi. Roba da emozioni forti, irripetibili. Non mi era mai capitato di assistere, dal campo, a spettacoli così straordinari, emozionanti, come il derby romano, tra Lazio e Roma. Sono orgogliosamente onorato di averlo giocato con addosso la maglia di una società tra le più gloriose e longeve d’Italia.Tali emozioni restano vive per sempre. Le custodisco con cura nell’anima e nella mente

Arcadio, vogliamo estrapolare dal tuo libro “Una vita da Lazio” un passaggio che ci descrive la passione e l’intensità che circolano, insieme all’adrenalina, durante l’attesa di quella che non è mai una partita qualunque: 

Emozioni lontane, ma vive nel cuore e nella mente di chi le ha vissute. In campo e sugli spalti”

Arrivammo allo stadio Olimpico due ore prima della gara. All’esterno dello stadio c’era il caos. Il pullman si fece strada a fatica tra migliaia di persone in delirio e auto in sosta. All’interno i tifosi sembravano impazziti. Gli spalti erano gremiti.  Cori, coreografie e fumogeni coloravano l’Olimpico. Uno spettacolo ineguagliabile, non avevo mai  visto niente del genere in vita mia prima di quel giorno, in uno stadio di calcio. Negli spogliatoi il tempo sembrava non passare. La tensione era alle stelle. Nessuno fiatava.
Di tanto in tanto il silenzio veniva rotto dalle parole dell’allenatore, Giancarlo Morrone, e dal rumore dei tacchetti degli scarpini sul pavimento dello spogliatoio.  La tensione emotiva ci causava l’aumento della sudorazione, difficoltà nella respirazione, sensazione di vomito. In quei momenti nella testa ti passano i pensieri più strani. Le immagini si accavallano l’una sull’altra e non ti danno tregua, come un film mandato a velocità doppia, tripla. Cerchi di razionalizzare il tutto. Provi a ripeterti che in fondo si tratta soltanto di una partita di calcio. Che in palio ci sono solo due punti, come in tutte le altre partite che hai giocato nella tua carriera. Ma sai che sono tentativi inutili di normalizzare un qualcosa che non ha nulla di normale. Il derby è il derby. Non è e non sarà mai una partita come tutte le altre. Qualunque sia la posta in palio. Che ci si giochi lo scudetto o la salvezza, un posto Uefa o solo la supremazia cittadina, il derby fa storia a sé. In quei novanta minuti si azzera tutto. Certo, come nelle altre partite a volte vince semplicemente chi è più forte, ma spesso e volentieri vince chi prima di entrare in campo parte sfavorito. Ed era questo che tutti noi ci auguravamo che succedesse anche quel giorno mentre dagli spogliatoi ci dirigevamo verso il tunnel. All’ingresso in campo delle squadre, scoppiò il finimondo. Le urla dei tifosi divennero sempre più assordanti. Le
due curve furono completamente coperte da enormi striscioni. Il resto dello stadio era uno sventolio incessante di bandiere biancocelesti e giallorosse. Ci disponemmo in fila sulla linea di centrocampo. I fumogeni ci avvolsero. Per qualche minuto, non vidi più nulla. Faticavo addirittura a distinguere i compagni che avevo a pochi metri di distanza. La struttura dello stadio era sparita. Sentivo solo i cori: «Lazio, Lazio!», «Roma, Roma!». Erano dei boati, urla quasi rabbiose che entravano nel cervello. L’enorme frastuono fece perdere ai tifosi la contemporaneità delle voci. Le vigorose acclamazioni della Curva Nord e della Sud, delle tribune Tevere e Monte Mario, sembravano echi di se stesse. Sentivo i brividi lungo tutto il corpo. Una sorta di ronzio mi riempiva la testa. Percepivo i battiti del cuore in ogni punto del corpo. Avevo la sensazione di non riuscire più a muovermi, di non riuscire più neanche a restare in piedi. Ero quasi paralizzato. Per un attimo pensai che fosse un vaneggiamento, un’esaltazione della mia fantasia. I colori dei fumogeni presero a mescolarsi, fino a confondersi. La nube di fumo cominciò lentamente a diradarsi, spinta dal vento. Parve che una tenda di finissimo velo si alzasse sul proscenio per dare inizio alla rappresentazione. Sullo sfondo, mentre il fumo saliva verso l’alto, come l’effetto scenografico tratto da un sogno fantastico, vidi ergere e innalzarsi da terra la sagoma superba, imponente dello Stadio Olimpico”

Fin qui, i ricordi, ringraziando Arcadio Spinozzi per il piacere e l’onore di averci regalato emozioni e ricordi.

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Spalletti e Inzaghi, allenatori rispettivamente di Roma e Lazio

In campo, Simone Inzaghi e Luciano Spalletti stanno affilando le armi, nelle ultime ore che precedono la gara; per la sfida più sentita della Capitale. E’ una partita che vincendola, carica moltissimo a livello mentale e permette di affrontare le altre partite con tranquillità.  Non sarà mai una partita come le altre.